di Antonio Papale
Può accadere di fare la cosa giusta sbagliando strada?
E se ti è successo, è stato possibile farlo senza il contributo della dea bendata?
Nel mio caso la fortuna è arrivata con un titolo – Un gatto economista – giunto da chissà dove a vestire la prima pagina del piccolo saggio con cui ho partecipato al concorso dell’anno scorso.
La potenza evocativa di un titolo è tutto. In natura non esiste un libro di successo che non abbia anche un titolo memorabile. E se non hai la fortuna di vedertelo arrivare da chissà dove (il titolo, intendo) allora devi fare il diavolo a quattro fino a che non te ne viene uno degno di sfilare in passerella (consiglio numero uno).
Se poi l’oggetto del tuo lavoro è stilare un commento a un altro libro (l’anno scorso il testo da commentare era L’economia diversamente spiegata di Mario Fabbri) devi fare in modo che il libro che stai scrivendo e quello che stai leggendo si parlino come due amici seduti al bar. Due amici magari animatamente presi da visioni del mondo diverse, ma che si confrontano lealmente su un singolo tema senza mai deragliare da esso (consiglio numero due).
La deriva egocentrica che porta ad ascoltare solo sé stessi è però sempre in agguato. E conoscendomi, l’anno scorso il rischio di deragliamento narcisistico era fortissimo. Sarebbe bastato un niente per vedere l’amico Fabbri alzarsi e andarsene via lasciandomi tutto solo al tavolino del bar.
In fondo era la mia prima volta. Mi sono trovato costretto a sperimentare, improvvisando un metodo che adesso, con altrettanta improvvisazione, provo a decodificare con un acronimo scherzoso: LP, il metodo della Lettura Proficua; che altro non è che una lettura a più riprese, dove anche gli spazi vuoti – il tempo tra una lettura e l’altra – sono il respiro necessario a far sedimentare nella testa considerazioni e spunti che affioreranno poi, quasi per magia, quando riprenderai in mano il libro per una lettura successiva.
Così come un testo scritto, per migliorarlo, va lasciato riposare, così anche una lettura riesce meglio se le lasci spazio e ossigeno (consiglio numero tre).
A questo punto ti starai chiedendo quale fosse la strada sbagliata imboccata prima che Pepe, il gatto economista, prorompesse con la sua storia. Posso riassumertela in tre punti:
- Il Giudizio
- La Ragion Pratica
- La Ragion Pura
Ossia i titoli dei soli tre capitoli con cui avevo pensato di organizzare il mio saggio dello scorso anno. Tre capitoli per un solo oggetto: il libro di Mario Fabbri. Tre modalità, manco a dirlo, ispirate agli ambiti nei quali s’è misurato il filosofo Immanuel Kant nelle tre opere che i titoli richiamano. Tre modalità diverse con cui tentare di inquadrare e commentare il lavoro di Fabbri:
– da un punto di vista estetico: il giudizio fatalmente personale di ognuno;
– da un punto di vista etico: i risvolti pratici delle teorie proposte dall’autore;
– da una prospettiva scientifica: col rigore illuminista del primo Kant, quello della Critica della ragion pura.
Ora, pensa se un anno fa avessi detto alla mia compagna che avrei voluto analizzare il testo di Fabbri mettendomi nei panni del grande filosofo tedesco. Come minimo avrebbe chiamato la neurodeliri!
Alla fine non le ho detto nulla. Ma devo confessarti d’averci persino provato per un po’, e soltanto il rischio di finire incartato dal dubbio che il rigore scientifico mal si concilia con l’affastellato della teoria economica mi ha suggerito (assieme a un salvifico afflato di umiltà e presa di coscienza di non esserne all’altezza) di non proseguire. Fossi arrivato in qualche modo alla fine di quel famigerato terzo capitolo, il gatto economista sarebbe rimasto fra ipotetici cassetti cerebrali. Ma visto l’esito, decisamente meglio così com’è andata!
E fa niente se in qualche anfratto di questo computer si aggiri a brandelli, come uno zombie, un secondo saggio. Una specie di saggio fantasma o, meglio, un saggio che non c’è. Anche perché credo che nessuno di noi abbia la casa sgombra di appunti e pagine che non vanno da nessuna parte.
Se dunque puoi sbagliare strada per un po’, ciò che non puoi sbagliare è l’approccio. Nel senso che puoi anche accorgerti alla cinquantesima pagina scritta che sono tutte e cinquanta da cestinare. Ma se l’approccio è corretto, prima o poi quelle “buone”, le cinquanta che ti rispecchiano, salteranno fuori.
Per approccio corretto intendo quello che solo a valle di innumerevoli tentativi avrai finalmente modellato sulla tua persona, quello che farà di un metodo il tuo metodo e per il quale non esiste un manuale esaustivo.
È come se l’approccio giusto fosse la misura di ciò che sei. E dato che ciò che sei è parente stretto della tua indole, se ti muovi senza tener conto di quello che sei, allora sei fregato, e sarai il primo a non riconoscerti nelle pagine che scrivi.
E io per indole, credo che ormai si sia capito, tendo ad assumere una postura giocosa con ogni forma di espressione, scrittura compresa. Scrivere per me è cercare un effetto che dia un po’ più di luce alla sostanza… è pensare a tre soli capitoli come viatico di pulizia e perfezione (che presunzione!)… è calarsi in un contesto di saggistica riecheggiando addirittura la trilogia di Kant… è prendere un gatto (il mio) e senza fargli dire una parola (Pepe non dice nulla, Pepe fa) consegnargli le chiavi di una metafora economicistica che risulta già simpatica sul nascere, visto che nel suddetto aggettivo ci sono almeno già un paio di… felini!
L’importante è che gli “effetti speciali” non siano fini a sé stessi. Puoi provare a dargli un senso che induca chi ti legge a qualche riflessione, anche minima… sul fatto che alla fine siamo un po’ tutti come Pepe: lui zitto e muto a far di conto coi croccantini, noi altri a contare tutte le cose della vita con un numero infinito di pensieri e parole perlopiù inutili o utili soltanto a illuderci di non vivere nella sua stessa gabbia economicistica che, dorata o meno, una gabbia resta.
E allora meglio non turbarsene troppo. Meglio puntellare la scrittura (e non solo) con robuste dosi di buon umore. Tanto più che il nocciolo di ogni questione – e qui Kant arriva sul serio a darci conforto – è quasi sempre inconoscibile.
Ma a pensarci bene, e finisco, il Filosofo ci ha comunque provato a sondare l’insondabile. Non vorrei dunque essere stato troppo frettoloso a bollare come sbagliata la giocosa idea di mettermi nei suoi panni. In fin dei conti una strada sbagliata è tale solo se la percorri tutta. Farne un pezzo, anche consistente, può rivelarsi un’ottima opportunità per dare alla fortuna il tempo di fissare un appuntamento con te.
Ricapitolando, ecco cosa ti serve:
- L’approccio giusto.
- Un titolo da passerella.
- Un appuntamento con la dea bendata.



2 risposte a “Come due amici al bar”
Interessante e scorrevole con un unico dubbio: c’è stato un errore nel caricamento (il testo è duplicato ) o di editing (per cui manca mancava una parte?). Comunque grazie!
Grazie Pasquale! Mi fa piacere che l’articolo ti sia piaciuto 🙂