di Manfredi Manfrin
Un grande imprenditore Pietro Laverda jr, protagonista con le sue motofalciatrici e mietitrebbie della meccanizzazione agricola del nostro Paese, ripeteva sovente ai suoi progettisti: “se devi copiare, copia bene”. Una scrittura di qualità è un “gift” raro; beati quelli che lo possiedono, fra i quali, io non ci sono. Per questo assemblare bene, fare del “plagio”, purché esplicitamente riconosciuto, non solo non è “peccato”, ma è semplicemente riconoscere che noi “moderni” siamo, al massimo, dei nani sulle spalle di giganti. Il mio suggerimento, paradossale e del tutto contradditorio con la premessa è dunque: “non ascoltatemi! Meglio sbagliare con la propria testa che fare giusto con quella degli altri”. E con questo so benissimo di avervi messo in un bel pasticcio; provate ad “obbedirmi” ci se ci riuscite.
L’Organizzazione del Concorso mi chiede di dare “un messaggio di ispirazione e di accoglienza” ai nuovi concorrenti. Ci provo, ma io sono proprio uno di quelli dei quali il poeta genovese cantava: “si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio”.
E allora il mio primo consiglio è: siate autentici! “Vaste programme” sogghignerebbe De Gaulle (quando un suo sostenitore urlò “mort aux cons”). Un americano invece, se well educated person, mi risponderebbe: “easier said than done”; un impolite rapper di periferia invece mi sparerebbe un k.m.a … ma … censura. Triplo salto mortale all’indietro: da “copia bene” a “sii autentico”. Ma c’è del metodo in questa follia: noi tutti (vedi “Una Poltrona per due”) siamo il prodotto naturale e sociale della mescolanza di eredità genetica, storica e culturale, quindi la nostra autenticità non coincide necessariamente con una vera o presunta originalità; è piuttosto la capacità di assimilare e di fare proprio, di rendere parte della nostra personalità ciò che è stato pensato e prodotto da altri; l’abilità di maneggiarlo con padronanza, di riconoscerlo quando appropriato e adattarlo alle circostanze e ai contesti più diversi, fino a modificarlo o relegarlo nell’oblio perché superato o falsificato dall’esperienza.
Sapere di cosa si sta parlando è una manifestazione di autenticità vera; all’esperto di una certa materia bastano poche frasi per discriminare l’imparaticcio superficiale dell’impostore dalla riflessione autentica di un suo pari; ma, attenzione, nessuno è abilitato a riconoscere ad altri patenti di autenticità, che si guadagna solo sul campo con il confronto aperto. Il magistrale esecutore di un’opera musicale, il grande attore di teatro, non riproducono semplicemente, ma interpretano e quindi conferiscono vita propria alla partitura o al copione. In questo senso sono autentici pur non essendo gli autori. E così il Maestro di calligrafia Zen si prepara per una vita all’esecuzione perfetta di un ideogramma in una frazione di secondo. E non per questo è meno autentico.
Perseguire lo scopo di essere autentici vi consentirà anche di sfuggire alla pericolosa “sindrome della creatività”, all’horror vacui della pagina bianca. Riuscirete a riempirla se troverete qualcosa che, secondo voi, meriti di essere detto o scritto. Questo vostro giudizio potrà essere condiviso in maggiore o minore grado dai vostri lettori, ma nel momento in cui siete autenticamente autentici potrete comunque rispondere: “questo, tanto o poco che sia… sono io”.
L’autenticità non dovrebbe essere confusa nemmeno con la spontaneità. Nessuno di noi ha il diritto di imbarazzare o tediare il prossimo con le prime sciocchezze che ci passano per la testa. L’autenticità non è uno stato finito, ma è un percorso, un ideale da perseguire, asintotico, al quale ci si avvicina progressivamente ma che non si raggiunge mai. Per essere autentici bisogna lavorare molto su sé stessi.
Vorrei concludere, piuttosto che con una sintesi, evidenziando il lato oscuro dell’autenticità, da evitare come meglio si riesce: per chi si scrive? La ricerca dell’autenticità implica spesso il rischio di scrivere più per sé stessi che per gli altri, e può diventare un alibi per giustificarsi “che il lettore non ci capisce”. In tal caso ci schermiremo ammettendo di essere “autenticamente incomprensibili”.
Il secondo consiglio è: cercate di non prendervi troppo sul serio, il ridicolo è sempre in agguato: “on n’échappe pas au ridicule par une affectation de gravité” (Georges Bernanos sulla falsa autenticità travestita da affettazione). E su questo non mi dilungo, aggiungo solo un avvertimento. I cinici cugini d’oltralpe usano dire “le ridicule ne tue pas…”, ma il grande Molière, che se ne intendeva di far ridere facendo pensare, completava perfidamente: “…il rend immortel”; essere ricordato come un “saggista ridicolo”, un destino veramente “cinico e baro”, come avrebbe detto un ingiustamente poco considerato secondo Presidente piemontese della nostra Repubblica. E io, che adoro storpiare gli autori che adoro, chiudo con “il riso offusca le proprie colpe e permette di accusare, senz’obbiezioni, il destino”. (E Italo Svevo mi perdonerà per aver sostituito “pianto” con “riso”).


